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"La nostra non è una città"
Ho
meditato un po’ prima di decidermi a rispondere alla replica che il gentile
redattore Fusco ha fatto alla mia, circa i suoi due articoli consecutivi su
Gente Veneta del mese scorso, riguardanti lo sviluppo del nostro paese.
Comprendo,
infatti, il suo punto di vista che, da cittadino, non capisce perché alcuni
paesani (forse sarebbe più adatto “campagnoli”, per meglio esprimere tale
pensiero) rifiutano uno sviluppo intenso al centro del paese, per l’evidente
pericolo di fagocitare utile campagna limitrofa e perché se la prendano tanto
con un’opera che ha il solo “difetto” di essere certamente migliore delle altre
nuove costruzioni che stanno crescendo come funghi al centro, per non parlare di
quelli fermi ed incompiuti; denuncia evidente della mala gestione dei soldi
pubblici.
Certamente
il punto non è solo questo.
Da
circa venti anni, stiamo assistendo ad un cambiamento che ha, di fatto,
stravolto l’identità paesana e che tutti subiscono come fatto ineluttabile del
progresso; dall’abbattimento dei pedaggi autostradali al parco tematico (che
fine ha fatto?), al by-pass del centro e conseguente lottizzazione dei terreni
compresi.
I
servizi nel frattempo non sono migliorati: abbiamo perso qualche corsa dei
treni, non siamo riusciti ancora ad agganciarci ad ACTV (a Vesta si, invece, e
pagando molto di più il servizio che già avevamo), la caserma dei Carabinieri è
andata a Marcon, pure i servizi ULSS sono diminuiti e per i pediatri stendiamo
un velo pietoso.
Progressivamente
le nuove costruzioni hanno cominciato a togliere verde al centro; siamo quasi
riusciti con una petizione a salvaguardare il campo da calcio parrocchiale (per
quanto?) ma abbiamo perso i giardinetti delle ex elementari.
E'
poi così difficile spiegare alla popolazione un progetto di sviluppo paesano
che tiene conto della sua identità? Come sarebbe bello vedere davanti alla
Chiesa un cartellone, di quelli che si usano adesso nei centri storici in
occasione di restauri (ma basterebbe anche un semplice disegno in bianco e
nero), che mostrano alla gente il
progetto in costruzione, quale parte di un disegno complessivo che vede lo
sviluppo di Quarto d’Altino condiviso dagli abitanti!
E’
amaro costatare, passeggiando per il paese, che non si sa ancora come si
trasformerà.
A
questo punto se aver sognato e continuare a sperare in uno sviluppo del paese più confortevole (perché la nostra non è una città) vuol
dire stare “un po’ sulle nuvole”, va
bene, lo prendo come un complimento.
Giancarlo
e Monica jankie.p@libero.it
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