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"Io, africana, spiego a voi europei come vivere meglio"
«
M i chiamo Bridget Yorgure, sono italiana e nigeriana».
Si presenta così al Consiglio Provinciale di Venezia, riunito
in seduta straordinaria, una delle quattro donne africane ospiti
nell'ambito della sesta Assemblea dell'Onu dei Popoli (Perugia,
8-10 settembre 2005) del progetto "Ospita una persona, incontra
un popolo" (Venezia, 12-14 settembre 2005).
«Sono nata in Nigeria, un paese composto da 36 stati e 250
etnie, ma vivo in Italia da 15 anni. Lavoro come operatrice sociale
- racconta - ho fondato la "Nigerian Cultural Women Promotion"
e dal 1995 sono rappresentante in Italia del Mosop (Movimento per
la sopravvivenza del Popolo Ogoni).
Essere nata in Africa per me significa essere cresciuta con un
impatto culturale di valori molto importante, ed esser ora qui con
quel bagaglio mi permette di leggere contemporaneamente entrambe
le culture. Ho toccato con mano la povertà, ma anche la ricchezza:
l'Africa è un continente estremamente ricco di risorse e
materie prime, ma è reso povero dai paesi che lo sfruttano
e che derubano le nostre ricchezze». Le parole di Bridget
sono molto forti. Gli Ogoni, una comunità della Nigeria meridionale,
sono stati profondamente colpiti, nell'ambiente e nelle risorse
agricole, dallo sfruttamento petrolifero del loro territorio da
parte dalla compagnia Shell, e stanno sostenendo coraggiosamente
una campagna contro i danni provocati.
Tante risorse, sfruttate da altri. «In Nigeria - spiega
Bridget - ci sono 31 multinazionali (e tra
queste anche le italiane Agip e Eni) che sfruttano le nostre
risorse per arricchire l'Europa». E le conseguenze quotidiane
sul popolo degli Ogoni sono drammatiche: non c'è acqua potabile,
non c'è elettricità, non c'è un ospedale sufficientemente
grande, non c'è la possibilità di fare neppure le
analisi per l'Hiv, e le donne da anni partoriscono dei "mostri"
perché prima di bere l'acqua devono "scremarne"
il petrolio che si trova in superficie. «Quando ero
piccola e andavo a prendere l'acqua, ricordo che dovevo oltrepassare
spesso degli enormi tubi. Arrivata in Italia mi stupivo di non vedere
queste tubature in superficie. Poi ho scoperto che quei tubi che
vedevo da bambina erano i condotti delle multinazionali che avevano
deturpato in questo modo il nostro territorio, permettendo che i
loro oleodotti attraversassero i nostri villaggi».
Acque inquinate, terreni devastati e resi incoltivabili per almeno
1000 anni, eruzioni di gas naturale in combustione 24 ore al giorno.
Nel 1993 ci vollero più di 50 giorni per tamponare una falla
di petrolio dalla rottura di un oleodotto e più di 1.800
morti, sterminati dall'esercito nigeriano, per consentire alla Shell
di continuare le trivellazioni.
«Abituiamoci tutti a fare qualche chilometro a piedi».
E' un problema di corruzione interna tra multinazionali e governo,
ma esiste, secondo Bridget, un modo per influire anche dai nostri
paesi, dalle nostre case, sull'andamento della storia del popolo
Ogoni: «C'è bisogno che i nostri governi europei riflettano
sull'uso del petrolio, sul sistema dei trasporti, sull'energia.
Finora nessun governo Ue ha approvato alcun decreto che obblighi
le persone a lasciare in garage l'automobile se non percorre almeno
2 km di distanza. Sì, è questa la distanza che percorriamo
in Africa abitualmente a piedi». A volte
basterebbe anche solo pensare che il benessere che godiamo nei nostri
paesi ha un prezzo e a pagarlo sono inevitabilmente i paesi più
poveri del mondo, Africa in primis. «In Nigeria non
abbiamo la luce elettrica, e qui - Bridget si guarda attorno, poi
sottolinea con tono lievemente provocatorio - qui siamo in una sala
bellissima, con l'aria condizionata, piena di affreschi e con dei
lampadari stupendi accesi. Ed è giorno».
Francesca Bellemo
Tratto da Gente Veneta , no.34 del 2005
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