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21 - settembre -2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Io, africana, spiego a voi europei come vivere meglio"



Bridget Yorgure« M i chiamo Bridget Yorgure, sono italiana e nigeriana».
Si presenta così al Consiglio Provinciale di Venezia, riunito in seduta straordinaria, una delle quattro donne africane ospiti nell'ambito della sesta Assemblea dell'Onu dei Popoli (Perugia, 8-10 settembre 2005) del progetto "Ospita una persona, incontra un popolo" (Venezia, 12-14 settembre 2005).
«Sono nata in Nigeria, un paese composto da 36 stati e 250 etnie, ma vivo in Italia da 15 anni. Lavoro come operatrice sociale - racconta - ho fondato la "Nigerian Cultural Women Promotion" e dal 1995 sono rappresentante in Italia del Mosop (Movimento per la sopravvivenza del Popolo Ogoni).

Essere nata in Africa per me significa essere cresciuta con un impatto culturale di valori molto importante, ed esser ora qui con quel bagaglio mi permette di leggere contemporaneamente entrambe le culture. Ho toccato con mano la povertà, ma anche la ricchezza: l'Africa è un continente estremamente ricco di risorse e materie prime, ma è reso povero dai paesi che lo sfruttano e che derubano le nostre ricchezze». Le parole di Bridget sono molto forti. Gli Ogoni, una comunità della Nigeria meridionale, sono stati profondamente colpiti, nell'ambiente e nelle risorse agricole, dallo sfruttamento petrolifero del loro territorio da parte dalla compagnia Shell, e stanno sostenendo coraggiosamente una campagna contro i danni provocati.

Tante risorse, sfruttate da altri. «In Nigeria - spiega Bridget - ci sono 31 multinazionali (e tra queste anche le italiane Agip e Eni) che sfruttano le nostre risorse per arricchire l'Europa». E le conseguenze quotidiane sul popolo degli Ogoni sono drammatiche: non c'è acqua potabile, non c'è elettricità, non c'è un ospedale sufficientemente grande, non c'è la possibilità di fare neppure le analisi per l'Hiv, e le donne da anni partoriscono dei "mostri" perché prima di bere l'acqua devono "scremarne" il petrolio che si trova in superficie. «Quando ero piccola e andavo a prendere l'acqua, ricordo che dovevo oltrepassare spesso degli enormi tubi. Arrivata in Italia mi stupivo di non vedere queste tubature in superficie. Poi ho scoperto che quei tubi che vedevo da bambina erano i condotti delle multinazionali che avevano deturpato in questo modo il nostro territorio, permettendo che i loro oleodotti attraversassero i nostri villaggi».

Acque inquinate, terreni devastati e resi incoltivabili per almeno 1000 anni, eruzioni di gas naturale in combustione 24 ore al giorno. Nel 1993 ci vollero più di 50 giorni per tamponare una falla di petrolio dalla rottura di un oleodotto e più di 1.800 morti, sterminati dall'esercito nigeriano, per consentire alla Shell di continuare le trivellazioni.
«Abituiamoci tutti a fare qualche chilometro a piedi». E' un problema di corruzione interna tra multinazionali e governo, ma esiste, secondo Bridget, un modo per influire anche dai nostri paesi, dalle nostre case, sull'andamento della storia del popolo Ogoni: «C'è bisogno che i nostri governi europei riflettano sull'uso del petrolio, sul sistema dei trasporti, sull'energia. Finora nessun governo Ue ha approvato alcun decreto che obblighi le persone a lasciare in garage l'automobile se non percorre almeno 2 km di distanza. Sì, è questa la distanza che percorriamo in Africa abitualmente a piedi». A volte basterebbe anche solo pensare che il benessere che godiamo nei nostri paesi ha un prezzo e a pagarlo sono inevitabilmente i paesi più poveri del mondo, Africa in primis. «In Nigeria non abbiamo la luce elettrica, e qui - Bridget si guarda attorno, poi sottolinea con tono lievemente provocatorio - qui siamo in una sala bellissima, con l'aria condizionata, piena di affreschi e con dei lampadari stupendi accesi. Ed è giorno».

Francesca Bellemo

Tratto da Gente Veneta , no.34 del 2005

 
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