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estratto da Numero IV- Marzo 2001 |
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Navigo ergo sum GUIDA AL NAVIGATORE AUTOCOSCIENTE (di francesco millini) Come amante della natura voglio rivolgere qualche parola ad una precisa categoria di persone: i possessori di barche a motore. Questo scritto, vista la piccola diffusione del mezzo di comunicazione di cui mi servirò, non ha certo la pretesa di raggiungerli tutti. Inoltre le cose che sto per dire non sono una novità, quindi non intendo insegnare niente a nessuno. Voglio solo richiamare l’attenzione dei lettori su un problema che mi sta molto a cuore e cioè la velocità dei natanti sulle vie d’acqua
Voglio però portare l’attenzione di voi frequentatori di fiumi e lagune sugli effetti che può avere un uso sbagliato della vostra imbarcazione. Innanzitutto, credetemi, correndo come idioti lungo il fiume vi negate una gran parte del godimento che potrete trarre percorrendo le vie d’acqua. La velocità come risultato della tecnologia ha un suo valore, sostanzialmente quello di risparmiare tempo, ma quando si parla del tempo utilizzato per viaggiare c’è un’evidente perdita di senso. Perché ci si sposta se non per guardarsi introno, scoprire nuovi luoghi, oppure per ritrovarne di già noti ai quali ci sentiamo particolarmente legati? A me sembra che questo fatto di sfrecciare sull’acqua come sull’asfalto richiami più che altro la coazione a correre che ci è imposta dai ritmi della produzione, come se anche quando smettiamo di lavorare ci sentissimo spinti a correre ancora. L’assurdo è che per esempio sulle strade la maggior causa di incidenti mortali assieme alla nebbia ed al ghiaccio siano i periodi di vacanza. Sì, è vero, c’è l’effetto “vento nei capelli” che può essere molto piacevole, ma è una sensazione che si può provare correndo a piedi come, al limite, in presenza di vento, anche standosene fermi. Insomma, cari possessori di barche a motore, prendetevi il gusto di andare piano innanzitutto per voi stessi, e se proprio non ci riuscite pensate almeno ai danni che il vostro correre porta ai già martoriati fiumi e lagune sui quali vi trovate.
Poi è venuta questa moda di farsi la barca per scorrazzare liberamente sull’acqua. Il fenomeno negli anni ha raggiunto dimensioni di massa. Da questo momento in poi ho osservato un progressivo impoverimento delle rive sia come varietà biologica, sia come limpidezza delle acque, continuamente smosse dal passaggio dei vostri simpatici mezzi a motore, sia come stabilità degli argini, che in molti punti sono crollati sotto la sferza del moto ondoso. Ora, a vent’anni di distanza osservo il fiume dal mio kaiaco, ma mi sembra un altro fiume, più che altro una chiavica. Questo è ormai il Sile dalla diga di Casier alle foci per chi ha quel tanto di anni che bastino per ricordarsi com’era prima di questa moda del barchino, del gommone e del motoscafo marino lanciati a tutta birra. Di questo siete responsabili anche voi, voglio dire a quel gruppo di turisti dal sorriso beota che qualche tempo fa mi è capitato di veder sfrecciare dalla riva di Cendon mentre si godevano il loro amato “vento nei capelli”.
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