estratto da
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numero III - dicembre 2000

 

Mirko Visentin

El "vecio parlar" de Quarto

VECCHI E NUOVI MODI DI CHIAMARE LE COSE A QUARTO

In "Ungheria libera", a Casale sul Sile, nello stesso filare di case in cui abitavano i miei nonni, viveva un’anziana vedova, la quale, ogni volta in cui vedeva mia mamma, la pregava di portare i suoi saluti alla figlia, lei che abitava a San Micèl. Ogni volta. Al punto che ne era nata una barzelletta. Ma la cosa suscitava in me, fanciullo, ancor più ilarità in quanto pensavo: ma com’è possibile che mia mamma, che abita a Quarto, possa incontrare con tanta facilità una che abita a San Micèl vècio? Forse al mercato? In realtà non sapevo che quella stessa persona abitava anche lei a Quarto; così come non sapevo che i "vecchi" di Quarto e dei d’intorni distinguevano – e distiguono tuttora – un San Micele vècio da uno nòvo, che sulla carta – e forse anche sulla bocca del popolo – non è mai esistito, ma che in pratica corrispose un tempo al nuovo centro di San Michele del Quarto, quale già nella seconda metà ’800 andava formandosi attorno alla nuova chiesa (iniziata verso il 1850 e inugurata nel 1905) e a pochi passi dal punto in cui la linea ferroviaria Venezia-Trieste incrociava il fiume Sile, e che solo un secolo più tardi (esattamente nel settembre del 1946) veniva battezzato col nome di Quarto d’Altino.
Non è difficile indagare i motivi di un tale processo. Oramai il centro aveva assunto una certa importanza socio-economica, elevandosi rispetto al vecchio insediamento più a ovest, verso Casale sul Sile. Nei pressi della nuova chiesa – aperta al culto nel 1905 – già sorgeva il municipio con annesse scuole e un po’ più in là (nello stabile ora occupato dall’asilo parrocchiale) l’ufficio postale, mentre più a sud, verso Le Crete, era attiva già dal 1900 la stazione ferroviaria. Di contro, il vecchio centro di San Michele del Quarto era oramai ridotto a poca roba: la chiesa era stata smantellata per tirar su quella nuova ed il cimitero era stato un po’ alla volta trasferito dopo il sottopasso, verso Trepalade.

Ma perché oltre al sito, cambiare al paese anche il nome? A ben vedere il nuovo nome rinnovava il toponimo che fin dal medioevo aveva rivaleggiato con quello principale, relativo al santo protettore del paese ("in san Michele, che è detto Quarto" cita un documento del 996 d.c.); tuttavia l’aggiunta di d’Altino, se da un lato completava quell’altrimenti anonimo aggettivo numerale (San Michele, infatti, doveva essere sorto in origine nei pressi della pietra miliare che segnava il quarto miglio dalla città di Altino), dall’altro, ponendolo in relazione con un’importante città preromana e romana quale era stata Altino, metteva in risalto un centro vecchio neanche mezzo secolo e altrimenti privo di storia.

Tuttavia il caso di conservazione linguistica in fatto di toponomastica secondo me più curioso resta quello legato all’agosso, ossia al nome che la via Claudia Augusta acquistò già in periodo tardo medievale e che si portò dietro fino a quando, nel gennaio del 1942, sull’onda della pubblicazione dei risultati dei rilievi effettuati tra il 1936 e il 1937 dallo studioso A. De Bon attorno all’antica area urbana di Altino, perse il nome col quale era giunta ai pochi, ignari contadini della zona. Al di là del ritorno al mito della Roma anticha – tipico del regime fascista – anche dietro a questo caso di rinominazione stradale ci starebbe l’intenzione di ridar lustro a quella che fino ad allora era sembrata una normalissima strada di campagna, e che ora invece si scopriva essere la traccia residua dell’importante strada militare romana che collegava in origine Altino ad Augusta; o forse meglio la volontà di dare ulteriore lustro al neonato paese di Quarto d’Altino.

Lascio ad altri l’onere di far luce sull’origine del toponimo Agozzo/Lagozzo (o meglio Agosso/Lagosso), ossia di definire una volta per tutte se si tratta dell’esito dialettale della seconda parte dell’originario nome della strada (agosso dal latino Augustum, da cui anche il mese di agosto), oppure di un semplice derivato del latino lacus (=specchio d’acqua) in relazione alla vasta zona d’acqua che interessava in epoca post romana il basso corso del Sile, attraverso cui appunto correva la strada – o altro ancora.

Per ora ho voluto limitarmi ad osservare un caso – non raro – della resistenza che la semplice ed umile tradizione linguistica di un popolo di contadini (Pasolini l’avrebbe chiamata semplicemente "cultura popolare") ha saputo opporre ad una delle tante ufficialità vanitose che in ogni epoca si sono prese il diritto di interrompere il corso della Storia e di giudicare in quale parte – in quale nome – essa dovesse risaltare maggiormente.

Ringrazio Daniela per l’aiuto datomi nella ricerca dei dati d’archivio, nonché Ivano Sartor dalla cui esperienza e dal cui libro Altino Medievale e Moderna ho potuto trarre utili notizie storiche; ringrazio infine Franco Favaretto, ispiratore di questa mia piccola fatica.

La fotografia (di Giuseppe Bruno, in Ivano Sartor, Altino Medievale e Moderna) ritrae la vecchia canonica di San Michele del Quarto, ricostruita nel 1788.


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